Come proteggere il tuo business dal disatro (aka il piano di disaster recovery salva dalle catastrofi)

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Eventi negativi o disastrosi possono colpire qualsiasi business, causando serie perdite finanziarie o perfino la chiusura definitiva dell’impresa. Sopravvivere ad uno di questi eventi richiede pianificazione.

Non si tratta soltanto di catastrofi fisiche, quali incendi, inondazioni e furti di attrezzature. Un’importante perdita di dati può essere altrettanto dannosa. Può derivare sia da un problema hardware o da un malware che porta alla perdita delle informazioni su un disco.

Il ransomware è diventato un rischio temibile negli ultimi anni. Cripta i dati sui computer e sulle copie di backup e poi chiede un pagamento per ottenere il codice necessario a ripristinare i file. Il pagamento però non sempre garantisce il recupero dei file alterati.

La maggior parte delle piccole imprese non ha un piano di ripristino in caso di disastro. Secondo uno studio condotta da una compagnia di assicurazione statunitense, soltanto il 18 per cento delle imprese statunitensi con meno di 50 dipendenti ha un piano di ripristino. Il report stima che il 25% delle imprese non riapre dopo un disastro.

Le piccole imprese sopportano un rischio maggiore dal momento che la perdita di un server non farà sparire una grossa società, ma potrebbe rovinare una piccola attività. Avere un piano di ripristino migliora significativamente le possibilità di sopravvivenza.

L’assicurazione può coprire i costi di sostituzione dei beni fisici andati persi, ma i soldi non sono in grado di ripristinare i dati persi. Sostituire un computer implica la configurazione del software e dei dati della vecchia macchina, operazione che può risultare ardua se si viene colti impreparati.

La buona notizia è che ci sono modi convenienti per le piccole imprese per proteggere i dati da una perdita catastrofica e riprendere a lavorare velocemente.

Quanto bisogna essere preparati?

Un piano di recupero dati deve essere coerente con i bisogni dell’impresa. Un’attività con pochi dipendenti non può fare tutto, ma è meglio avere un piano per le emergenze (Contingency Plan) che non averne affatto.

Le due questioni fondamentali sono: quanto velocemente si può tornare alla normale operatività e quanti dati ci si può permettere di perdere.

Una piccola impresa solitamente ha più margine di manovra nel riprendere l’attività che una grande azienda. Se un importante sito internet come quello di Amazon o Facebook smettesse di funzionare per un’ora, la notizia sarebbe su tutti i giornali, costerebbe milioni alla società e causerebbe malcontento tra un gran numero di utilizzatore delle piattaforme. Quando invece smette di funzionare il sito di una piccola realtà, le conseguenze non sono solitamente troppo serie. La situazione potrebbe protrarsi per un paio giorni a patto che le persone interessate sappiano che si sta lavorando per risolvere il problema e che tutto verrà ripristinato nel più breve tempo possibile.

La quantità di dati persi è un aspetto più critico. Se si perdono tutte le transazioni registrate nell’ora precedente il disastro è probabile che vengano persi ordini, pagamenti e altre transazioni. Ricostruire le registrazioni è complicato e i reclami per ordini non evasi sono negativi per il business.

I parametri tecnici per quantificare questi due fattori sono il Recovery Point Objective (RPO) e il Recovery Time Objective (RTO). Una buona spiegazione dei due concetti, in breve, potrebbe essere:

– il RPO è il periodo di tempo massimo in cui ci si può permettere di perdere dati. Se si ha un RPO di un’ora, allora dovrà essere fatto un backup dei dati almeno ogni ora.

– il RTO è il tempo Massimo accettabile per riprendere l’attività.

I disastri causano caos, quindi non si può essere sicuri delle tempistiche, ma è necessario fissare degli obiettivi. Se si decide che 4 ore è il tempo massimo di downtime che l’impresa si può permettere, quello sarà il suo RTO e il piano di ripristino dovrà avere alte probabilità di riportare in funzione il sistema entro questo lasso di tempo.

Elaborare un piano di ripristino

Una piccola impresa ha bisogno di un piano di ripristino con un costo ragionevole. Fortunatamente ci sono una serie di opzioni a basso costo. Un piano deve soddisfare due requisiti principali:

– deve essere fatta una copia di backup di tutti i dati importanti in una postazione remota, che deve essere aggiornata frequentemente. Almeno una copia di backup deve essere offsite dal momento che un disastro potrebbe colpire le copie in loco.

– ci dovrebbe essere un modo efficiente per mettere in funzione un sistema che sia equivalente a quello fuori uso. Dovrebbe avere gli stessi software e i dati più recenti.

È probabile che un’impresa utilizzi un servizio ospitato su un server remoto. Mantenere i server nei propri uffici è troppo rischioso. È un onere in termini di manutenzione anche nel caso non succeda nulla di catastrofico e rende più difficile rimettere insieme i pezzi nel caso un disastro colpisca l’ufficio.

Le imprese più tecnologiche spesso hanno un server dedicato in un datacenter. Altre imprese utilizzano più probabilmente un piano di hosting, che riduce significativamente l’onere di pianificare misure per affrontare possibili disastri.

Il piano di hosting può prevedere l’attribuzione di parte di una specifica macchina, condividendone la capacità con altri clienti e mantenendo nel contempo privati la propria contabilità e i propri dati. Si parla in questo caso di hosting condiviso. Alternativamente, si può optare per il cloud hosting, dove si ha una macchina virtuale non legata ad uno specifico hardware. Il cloud hosting è il sistema più sicuro contro i disastri dal momento che non dipende da nessuna macchina. Se si ha un buon cloud host con vari datacenter, il ripristino del server in caso di disastro è incorporato.

Utilizzare un buon datacenter per il server è molto più sicuro in caso di disastro fisico rispetto alla media degli uffici. Bisogna assicurarsi che vengano fatti backup frequenti in una posizione diversa da quella del server.

Anche nel caso in cui il server è remoto, l’impresa avrà probabilmente computer essenziali per le proprie operazioni in loco. Ci possono essere dei desktop e il magari la telefonia è basata sul Voip. Anche questi devono quindi essere parte del piano di ripristino.

Se un desktop contiene informazioni importanti che non sono salvate altrove, deve essere fatta una copia di backup. Ripristinare i file velocemente è meno urgente rispetto al ripristino del server. Un backup automatico su cloud sarà sufficiente a proteggere i file efficacemente. È importante però non lasciare che informazioni essenziali per il ripristino siano salvate soltanto su una macchina.

Backup offsite

Sono disponibili molti servizi affidabili per il backup dei file offsite. È un buon punto di partenza, ma il ripristino in caso di disastro richiede di più. È necessario ripristinare il server ad uno stato in cui ci sia lo stesso sistema operativo, server e database. Ripristinare un sistema da zero richiede troppo tempo e le probabilità di perdere qualcosa o avere problemi di compatibilità è alta.

Il miglior modo per assicurare il ripristino dell’intero sistema è quello di salvare un’immagine della macchina virtuale del server. Si tratta di una copia dell’intero sistema operativo, il software, gli account degli utenti, i file dati e quant’altro sia rilevante. Può essere ripristinata su qualsiasi hardware compatibile. Un’immagine di sistema può avere una dimensione di molti gigabytes, per cui c’è bisogno di abbastanza spazio di archiviazione offsite per salvarla. Per ripristinarla potrebbe inoltre occorrere molto tempo.

Dal momento che un’immagine di sistema è enorme, non si può mantenerla aggiornata al minuto. Dovrà essere abbastanza recente da riflettere il software e la configurazione attuali. In aggiunta include un file di backup incrementale che copia regolarmente i file che sono stati modificati nell’archivio offsite. La maggior parte del software di backup è abbastanza smart da copiare soltanto le parti di file che sono state modificate, in modo da mantenere aggiornati grandi database senza ritardi. Il tempo tra gli aggiornamenti non deve essere maggiore del RPO.

Una volta elaborato il piano di backup, funzionerà in autonomia. Tuttavia è necessario fare dei controlli periodici spot per assicurarsi che sia in funzione. Bisogno prestare attenzione alle notifiche del proprio provider del servizio. Qualora venga terminato il servizio, notifichi che è stato raggiunto il limite di spazio o che non è in grado di fare il backup, è essenziale risolvere il problema immediatamente.

Con macchine desktop, il backup dei file può essere sufficiente. Poter recuperare i documenti importanti è fondamentale, ma probabilmente non importa se la configurazione di sistema è la stessa o meno.

Ripristino

Fare un backup completo del server è utile soltanto se lo si può far funzionare su hardware entro il RTO stabilito o prima. Se i computer hanno subito delle perdite di dati a causa di problemi software (es. ransomware), si potrebbe essere in grado di ripulire completamente il disco e ripristinarlo sullo stesso hardware. Bisogna assicurarsi di aver eliminato la causa e che la stessa non sia ancora in agguato da qualche parte nella rete, o si avrà una ricaduta immediata.wannacry-ransomware

In caso di ransomware, pagare il riscatto non ci da la garanzia che il problema non ricapiti visto che ci verrà fornita solo la chiave per decriptare i dati ma non la pulizia del disco che contiene il malware.

Il primo passo è quello ripristinare l’immagine di sistema e assicurarsi che funzioni. Poi si possono ripristinare anche i file di backup. Se tutto procede nel modo giusto si avrà un sistema funzionante.

Se l’hardware del server è rotto o mancante a causa del disastro, il problema è più grave. Come ricordato sopra, se il server è di proprietà  e si trova nei propri uffici, si dovranno recuperare pezzi di ricambio compatibili prima di procedere al ripristino. Stesso discorso se il server è presso un datacenter ed è di proprietà.

Se si prende in affitto hardware presso un datacenter, spostare il contratto su un’altra macchina non dovrebbe essere complicato a meno che non abbia problemi tutto il datacenter, nel qual caso sarà necessario trovare un’altra location per ripristinare le operazioni. Si tratta però di un caso raro.

Se si usa un hosting condiviso o su cloud, la situazione è più semplice. Il servizio di hosting dovrebbe essere in grado di configurare un altro host velocemente e ripristinare su di esso l’immagine di sistema.

Cloud failover

Se nessun tempo di downtime è accettabile, esiste un’opzione che permette un ripristino molto rapido. Si tratta del cloud failover. Con questo approccio, si ha un server cloud di riserva su cui caricare l’immagine di sistema e i file più recenti. Si può tornare operativi in pochi secondi, anche se forse con una potenza di calcolo inferiore rispetto al solito.

La parte difficile è farlo sembrare come lo stesso server su internet. Il server pubblico, ovunque sia, è identificato su internet dal suo indirizzo IP, una sequenza di quattro numeri come ad esempio 2.21.5.18. Un server non può semplicemente dichiarare il proprio indirizzo IP su internet, ma lo deve ottenere dal provider a monte.

Il provider è ciò che concretamente gestisce il failover. Sia il server regolare che quello di failover devono necessariamente connettersi alla rete attraverso di esso e bisogna fare in modo che l’indirizzo IP venga spostato sul server failover quando quello di default non risponde. Ciò rappresenta una complicazione e un costo extra, ma elimina quasi completamente il downtime. Potrebbe essere la scelta giusta per una piccola impresa che necessità di fornire un servizio continuativo.

Failover e HA on Premise

Se nessun tempo di downtime è accettabile e il server è negli uffici aziendali, è necessario prevedere una ridondanza degli apparati attivi che permette di poter replicare la configurazione hardware presente e che permette un ripristino molto rapido. Con questo approccio, si ha un server di riserva su cui caricare l’immagine di sistema e i file più recenti. Si può tornare operativi in pochi minuti.

La parte difficile è prevedere la ridondanza di tutti gli apparati che si vogliono proteggere. Quindi ad esempio sarà necessario avere un secondo Host su cui ospitare le macchine virtuali, un secondo Storage su cui è presente una immagine aggiornata di tutto il sistema e così via. Ovviamente questa configurazione comporta un costo extra rispetto all’architettura di base prevista, ma elimina quasi completamente il downtime. Potrebbe essere la scelta giusta per una media impresa che necessità di fornire un servizio continuativo.

Controllo del ripristino

Un piano che non è stato testato non ispira molta fiducia. È difficile fare un test completo end-to-end di un piano di ripristino, ma qualunque test può aiutare. Un test su base annuale potrebbe per esempio rivelare serie mancanze su cui intervenire.

Si può fare un controllo completo del ripristino su un sistema alternativo senza sovrascrivere il server principale o senza mandare online pubblicamente il server di test. Noleggiare un server o utilizzare un server virtuale su cloud sono entrambe soluzioni convenienti.

Testare un piano di ripristino non è una scienza esatta, ma è meglio effettuare qualche test piuttosto che nessuno.

È opportuno testare il sistema ripristinato per assicurarsi che gli utenti possano accedere tramite credenziali e che tutte le funzionalità sono presenti, tenere traccia di chi ha fatto cosa, quali problematiche sono sorte e quanto tempo è stato necessario per avere un server funzionante. Qualora il tentativo fallisca, pensare a quali aspetti non erano inclusi nel piano e apportare le dovute correzioni. Una volta terminato, chiudere il sistema di test in modo tale che non venga lasciata nessuna lacuna di sicurezza.

Elemento umano

Finora, l’analisi si è concentrata sui computer, sull’immagine di sistema e sul backup. Tuttavia, il ripristino dopo il disastro implica molto di più del semplice ripristino del contenuto di un disco. L’elemento umano è fondamentale.

La prima cosa da tenere a mente è che il disastro è avvenuto. Qualcuno dovrebbe essere responsabile del monitoraggio del sistema, l’inattività non deve passare inosservata per ore. Quando il sistema smette di funzionare, il passo successivo è comunicarlo a chi di competenza, tra cui il responsabile e le persone che si occupano della manutenzione del server e dell’infrastruttura hardware e software.

Se l’inattività dura più di alcuni minuti è opportuno far sapere ai soggetti colpiti cosa sta succedendo. Se tutto ciò che sanno è che il sistema non funziona, non hanno idea di cosa aspettarsi. Il piano di ripristino dovrebbe comprendere una strategia di notifica alle persone.

L’accesso al sistema è, sostanzialmente, nelle mani delle persone. I disastri naturali tengono le persone chiave lontane dall’accesso per molto tempo. Se l’unica persona che possiede informazioni essenziali è permanentemente irreperibile per un lungo periodo, il ripristino potrebbe essere difficile o impossibile.

Le password di sistema devono essere sicure, ma non devono essere in possesso di un’unica persona. Deve essere implementato un piano contro gli imprevisti, come per esempio tenere le password al sicuro sotto chiave.

La possibilità che l’unica persona in grado di comprendere il sistema lasci il posto di lavoro o sia per qualche ragione inabilitata ad accedervi costituisce di per sé un disastro. Le procedure per il funzionamento e il ripristino del sistema dovrebbero essere riportate per iscritto, in modo da permettere a qualcun altro di subentrare nel lavoro.

Salvare le informazioni solo su un server può implicare dei problemi se il server smette di funzionare. Piuttosto, è più sicuro tenere copie cartacee in una scatola chiusa a chiave e incombustibile. Un altro approccio consiste nel salvare le informazioni in un luogo sicuro e indipendente. Occorre assicurarsi che più di una persona abbia la chiave o la password.

Tutti i dipendenti dovrebbero avere le copie delle informazioni circa le responsabilità in caso di emergenza e la dirigenza dovrebbe avere informazioni circa i loro contatti.

Non è necessario fare affidamento solo sui dipendenti per il piano di ripristino. Ingaggiare una società di servizi gestiti può essere una soluzione efficiente dal punto di vista dei costi. Un’impresa che ha pochi dipendenti normalmente può avere un IT manager, ma un fornitore di servizi gestiti può aiutarla a far fronte non solo ai disastri ma alle complicazioni più ricorrenti nel funzionamento di un server.

Una società di servizi con un buon livello di esperienza può aiutare a implementare un piano di ripristino in caso di disastro e fornire supporto in caso di emergenza. Il Service Level Agreement (SLA) deve specificare i servizi attesi ed esplicitare in quanto tempo la società è in grado di rispondere. Uno SLA che copre solo i normali orari di ufficio è meno costosa: sta all’impresa stabilire se questo è sufficiente.

Conclusioni

Chiunque sia coinvolto in operazioni IT è vulnerabile ai disastri, e le piccole imprese in particolare hanno poche possibilità di sopravvivere se non sono preparate. Ogni impresa ha bisogno di sviluppare un piano di ripristino in caso di disastro che sia adatto al livello di rischio. Vi sono molti approcci che possono aumentare le probabilità di sopravvivenza senza richiedere una fortuna. Gli offsite backup e la capacità di ripristinare i server colpiti permetterà alle imprese di proseguire la propria attività, anche quando la situazione è davvero difficile. Anche avere un piano parziale è sicuramente meglio che non averlo affatto.

 

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La violazione dei dati personali alla luce del GDPR 679/2016: l’attacco hacker a Unicredit

Il tema della cybersecurity è tornato recentemente al centro del dibattito pubblico in seguito all’attacco hacker subito da Unicredit. Dalle informazioni disponibili sino ad ora, emerge che l’attacco perpetrato ai danni della banca ha coinvolto dati relativi ai prestiti personali di circa 400.000 clienti. Le modalità di intrusione sono ancora in fase di accertamento, tuttavia sembra che l’attacco sia avvenuto attraverso un partner commerciale esterno. Unicredit assicura che le categorie di dati violati non sono in alcun modo riconducibili ai conti correnti, ma afferma anche che potrebbero essere stati sottratti dati anagrafici e codici IBAN.

Secondo il nuovo Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali (General Data Protection Regulation 679/2016, da qui in avanti GDPR) – che sarà pienamente efficace dal 25 maggio 2018 – l’attacco si configura come un caso di «data breach». Questo avviene quando si verifica una violazione di sicurezza che comporta accidentalmente o in modo illecito la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati. Analizzando il caso Unicredit alla luce del GDPR, è utile soffermarsi su due aspetti: le azioni da intraprendere nel momento in cui si verifica un data breach e le azioni volte a prevenirne l’accadimento.

Sulla base dell’articolo 33 del GDPR, in seguito al data breach sarà necessaria una notifica della violazione all’Autorità di Controllo entro 72 ore dal momento in cui è stata scoperta, o comunque senza ingiustificato ritardo. Inoltre, quando si tratta di violazioni che presentano un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone fisiche, l’articolo 34 prevede che tali violazioni debbano essere comunicate anche agli interessati. Quali sono le implicazioni legate agli inadempimenti connessi a questi due obblighi? In primo luogo le sanzioni amministrative pecuniarie, incrementate rispetto al passato (si arriva fino a 10.000.000 € o fino al 2% del fatturato mondiale annuo). Inoltre, la mancata comunicazione agli interessati potrebbe aumentare esponenzialmente le richieste risarcitorie da parte degli stessi. Unicredit, in riferimento a questi adempimenti, ha operato correttamente sin dall’inizio: sono state informate le autorità competenti e contestualmente sono stati creati appositi canali sicuri di comunicazione con i clienti vittime della violazione.

Per quanto attiene la prevenzione degli attacchi informatici il riferimento è l’articolo 32, dedicato alla Sicurezza del trattamento. Qui il GDPR stabilisce che il titolare del trattamento, dopo attenta analisi dei rischi, debba mettere in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio. Le tre proprietà fondamentali dei dati – riservatezza, integrità e disponibilità – devono essere assicurate in maniera continuativa. Questo aspetto diventa ancora più fondamentale per un istituto bancario, non solo in virtù degli adempimenti previsti (il titolare è accountable rispetto all’adeguamento al regolamento, e dovrà essere in grado di dimostrarlo) ma anche in considerazione della sensibilità dei dati trattati e delle eventuali ripercussioni in termini economici e reputazionali. Nel caso di Unicredit, nonostante l’attacco, attualmente è presente una politica per la sicurezza trasparente, e che potrebbe essere considerata già in linea con i futuri adempimenti previsti dal regolamento. Il data breach infatti, sembra sia stato reso possibile da vulnerabilità del sistema di un partner commerciale esterno.

Unicredit, nell’ambito del piano industriale Transform 2019, ha previsto investimenti di 2.3 miliardi per rafforzare e rendere più efficaci i propri sistemi informatici. Accanto a questo investimento, appare sempre più necessario soffermarsi sulle strategie di prevenzione, e per farlo bisogna tenere conto del fattore umano. Una «cybersecurity awareness» è indispensabile: essere consapevoli dei rischi significa comprendere anche quali siano le implicazioni di un attacco informatico (ad esempio: le conseguenze operative dovute alla perdita dei dati). Persone consapevoli, infatti, possono svolgere l’importante ruolo di prima linea di difesa della sicurezza. Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso attività di formazione e sensibilizzazione che prevedano una comunicazione diffusa ma allo stesso tempo differenziata, a seconda di fattori quali età, ruolo e competenze informatiche possedute. L’investimento sulle persone, oltre che sui sistemi, può rappresentare il fattore chiave non solo per essere conformi al GDPR, ma anche per creare una vera e propria cultura condivisa in materia di cybersecurity. Gli attacchi informatici, come il recente caso Unicredit, possono essere visti dunque sotto un’altra prospettiva: un’occasione per stimolare il dibattito sulla sicurezza informatica e un’opportunità per identificare valide strategie di prevenzione.

Come controllare il punteggio spam di una mail

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E’ possibile scoprire attraverso un tool online il livello di Spam di una mail o di una newsletter.
Questo strumento è utilissimo per sapere se e spesso anche per quale motivo, un messaggio di posta elettronica può venire identificato come Spam.

Come si usa lo Spam Test?

Il test è molto semplice, basta inviare dalla propria casella di posta elettronica una email all’indirizzo specificato nella loro home page. L’indirizzo a cui spedire viene generato automaticamente ogni volta che ci si collega.

Dopo aver inviato la mail dal proprio client di posta elettronica aspettare qualche istante e poi cliccare, per la verifica del proprio punteggio, sul pulsante: “Poi controlla il tuo punteggio”.

In pochi secondi il Mail-Tester risponderà dando l’esito del test espresso secondo i seguenti punteggi:

  • 1,2/10: La email non verrà mai recapitata al destinatario
  • 4,7/10: Difficilmente la mail arriverà al destinatario
  • 5,9/10: Non male, probabilmente solo alcune email non verranno recapitate
  • 8,2/10: Ottimo, la email è quasi perfetta e molto probabilmente verrà recapitata
  • 9,8/10: Eccezionale, non c’è nessuna casella di posta che non verrà raggiunta

Se il test è superato ma le mail finiscono ancora in Spam?

Nel caso il punteggio sia positivo ma la email venisse ancora considerata come spam  ci sono alcune considerazioni da fare.
Tutti i sistemi e i filtri antispam funzionano in modo diverso. Anche ciò che passa il Mail-Tester non è sicuro che arriverà al destinatario.
La consegna di una mail dipende da molti fattori, anche dall’utente a cui si invia una email.
Ad esempio se un qualunque vostro destinatario dalle opzioni della sua casella di posta vi ha catalogato come spam (anche erroneamente) e vi ha quindi aggiunto alla sua BlackList (nella posta indesiderata) non potrete più recapitare le vostre mail verso di lui e anche verso gli indirizzi collegati allo stesso suo dominio.
In altre parole se un utente Gmail ha attivato l’opzione tramite il suo pulsante “segnala come spam” Google Gmail vi catalogherà come spammer anche nei confronti di qualsiasi altro suo utente.

Potete effettuare in qualunque momento un test della vostra mail tramite Mail-Tester all’indirizzo www.mail-tester.com

 

5 ore ad Amsterdam

Lo scorso weekend sono stato ben 5 ore ad Amsterdam… non quanto avrei voluto rimanere, ma quel poco che basta per capire che è un posto in cui voglio tornare.

Alcune curiosità che ho potuto notare:

  • Biciclette! Ma quante ce ne sono! I percorsi cittadini, anche in periferia, tengono conto del traffico a due ruote. Adulti, giovani, vecchi, moltissimi usufruiscono delle numerose piste ciclabili.
  • Tante bici, attenzione auto. Al contrario di tutte le altre città che ho visitato, sono le auto che devono stare attente alle bici, non dai la precedenza (anche se non c’è) ad una bici, vieni condannato seduta state con uno sguardo diabolico.
  • Le Tesla come taxi. Ebbene sì, mentre nel resto del mondo, vedere una Tesla model S è un evento raro, ad Amsterdam la mobilità in taxi si può fare anche con un auto elettrica. Oltre alla Tesla, puoi anche trovare una Nissan Leaf.Taxi_cab_blue_Tesla_Model_S_Amsterdam
  • In motorino senza casco? Come, siamo ad Amsterdam o a Napoli? Se hai uno scooter depotenziato con targa azzurra puoi tranquillamente andare sulle piste ciclabili, anche in due, anche senza casco. Il massimo della velocità a cui puoi aspirare è 25 Km/h, ma vai dappertutto. Sotto una infografica su quali mezzi possono viaggiare e che obblighi devono avere.Scotter-Holland
  • La bicicletta più diffusa è questa: Bici-hollandSì è una holland, ma ce ne sono di tutti i tipi, ma qui ad Amsterdam hanno il manubrio altissimo e vicinissimo al corpo. Praticamente si guida in piedi!
  • Olanda paese dei mulini a vento. Oggi i mulini a vento non ci sono quasi più, in compenso ci sono parchi eolici con centinaia di turbine eoliche a pieno regime.dutch-turbines

Come sono arrivato ai miei blend, di José Blanco @joseblanco809

The box logo for Blanco's new brand, Señorial.
Il logo del nuovo brand di José Blanco, Señorial.

Di seguito la traduzione dell’articolo originale di José Blanco inviato all’amico, nonchè esperto di sigari, Andrea Zambiasi di Facciamo Puff

Ho appena fondato la mia nuova società, la Las Cumbres Tabaco, e lanciato il mio nuovo sigaro, il Señorial, pertanto ci terrei a parlarne, ma non per promuoverlo ulteriormente, dato che il lancio è già stato programmato per la prima settimana di giugno prossimo, vorrei descrivervi come ho realizzato i Señorial o meglio come ho costruito il loro blend.

Señorial di Jose Blanco

La produzione è partita il 7th Febbraio 2014 ed i sigari subiranno 90 giorni di invecchiamento prima di essere commercializzati. I tabacchi utilizzati nel ripieno sono stati precedentemente invecchiati minimo due anni e tutti provengono dalla piantagioni di proprietà della Tabacalera Palma.

I Señorial vengono confezionati presso la Tabacalera Palma (il più recente membro di ProCigar), a Santiago nella Repubblica Dominicana. Principalmente lavorano con tabacchi da loro coltivati ed invecchiati con un processo molto accurato.

La Tabacalera Palma è di proprietà di mio cugino Jochi Blanco, una manifattura fondata da un mio zio nel 1936 ed è sempre rimasta di proprietà della famiglia Blanco.

Blend

  • Fascia: Habano Ecuador
  • Sottofascia: Nicaragua, Esteli
  • Ripieno: Piloto Cubano Dominicano e Corojo Dominicano

Profilo

Sono sigari full-body e molto aromatici, ricchi, complessi , speziati e con una punta di dolcezza. Sempre piacevoli, armonici e con una lunga persistenza post fumata.

Come sono arrivato a questo blend?

“Creare il blend di un sigaro è un’arte” – questa è una frase che è stato detta e ripetuta molte volte e merita sicuramente di essere utilizzata e riutilizzata all’infinito! Sono d’accordo e lo faccio con passione!

Tuttavia i miei oltre 40 anni di esperienza come fumatore di sigari mi hanno insegnato una cosa molto importante: saper godere appieno durante la fumata di un sigaro è un’altra arte in sé!

Come molti di voi sapranno per molti anni ho condotto un “Seminario di Blending”. Inizialmente ero abituato a basarlo sui tabacchi del ripieno e sulle loro caratteristiche distinte finchè, un paio di anni fa, ho cambiato analizzando invece le foglie da fascia e i loro differenti profili, analizzandone la loro influenza sul sigaro nel complesso. Ora il seminario è molto incentrato su come si crea un sigaro, ma anche sul come fumarlo realmente e sull’analisi delle sensazioni e stimoli che si creano.

Anche se, come ho già detto, molti già conoscono o hanno visto uno di questi seminari voglio comunque scrivere su di esso perchè c’è sempre qualcosa da imparare, re-imparare o ricordare. Affermo sempre che non ci si deve aspettare di diventare un intenditore nel giro di una notte, siamo tutti in un continuo processo di apprendimento su un argomento realmente vasto.

Creare il blend di un sigaro è come cucinare – si aggiungono degli ingredienti e se ne tolgono un po’, li mescoli, li assaggi, li abbini … Una buon blend può essere trovato dopo soli tre tentativi o più di cento, si possono avere tutti i migliori tabacchi ma non è detto che si armonizzino … dobbiamo continuare a provare fino a raggiungere il nostro obiettivo, qualunque esso sia per “uno” specifico sigaro.

Da dove iniziamo la realizzazione di un blend, cosa cerchiamo? Cerchiamo i sei elementi fondamentali in un buon sigaro:

  • Sapori
  • Forza
  • Aromi
  • Complessità
  • Bilanciamento
  • Persistenza post fumata

Spesso si fa confusione fra Sapori e Forza. Si può avere un sigaro corposo in forza ma con poco sapore, si può avere un sigaro molto aromatico che è delicato nel corpo. A mio parere il modo migliore per costruire il blend di un sigaro è quello di avere molto sapore, un aroma piacevole e la forza desiderata, da lieve a media a piena … La forza non è collegata ai sapori – i sapori devono esserci, non importa perché o come.

L’Aroma è molto importante sia nel corpo del sigaro che nel suo fumo ma tornerò su questo argomento più avanti nell’articolo.

Poi c’è Complessità. Un sigaro può essere veramente grande con la giusta forza, sapore e aroma ma senza la complessità in fumata questo sigaro può essere solo un altro anonimo buon sigaro! Complessità significa piccoli cambiamenti e fluttuazioni percepite nella fumata, all’inizio, verso la metà e alla fine.

Tuttavia il sigaro deve essere equilibrato, Bilanciato. Complessità senza equilibrio la si percepisce come un “errore” nel blend. La forza e i sapori possono competere tra loro per il primo posto ma devono essere bilanciati. I tabacchi devono sposarsi alla perfezione per essere goduti senza problemi e con piacere. L’equilibrio è come una sinfonia, con tutte le note al posto giusto.

Infine c’è la permanenza post fumata. Che cosa è la Persistenza post fumata? È quando i sapori si avvertono in bocca per molto tempo dopo aver abbandonato il sigaro nel posacenere. Sarebbe un peccato se si godesse di una fumata poi, non appena è finita, perdere o non avere memoria dei gustosi sapori che ci aveva regalato. Un buon sigaro con una buona permanenza post fumata renderà l’esperienza completa e piena!

Parliamo ora della fumata. Se fossimo 50 persone in una stanza a fumare lo stesso sigaro, nelle medesime condizioni, dopo la stessa cena, quanti punti di vista diversi ci sarebbero in questa stanza? 50! Tutti un po’ diversi uno dall’altro! Ciò è dovuto al fatto che tutti noi abbiamo gusti unici e diverse tolleranze (come la tolleranza alla forza o alla dolcezza, ecc …).

Spesso chiedo ai partecipanti chi di loro espelle il fumo attraverso il naso, si chiama “retroinalazione” (ovviamente senza inalarlo nei polmoni!). Non è sempre fattibile, ma se potete, è una buona cosa da fare almeno un paio di volte durante la vostra fumata perché c’è una stretta relazione fra gusto e aromi. Torno ora al tema dell’importanza degli aromi. Cercate di mangiare o bere qualcosa tappandovi il naso – non potrete gustare nulla. Cercate di mangiare o bere qualcosa con una sola narice bloccata – sentirete i sapori e aromi ma molti di meno. Seguendo la stessa logica, se proviamo ad espellere il fumo attraverso il naso, al nostro cervello arriveranno tutti i sapori pieni, gli aromi ed in particolare una più corretta percezione della forza. Ripeto: questa non è una cosa necessaria, è solo un suggerimento, un’idea ed una ulteriore spiegazione del rapporto fra aromi e sapori.

Ora vorrei arrivare alla fase successiva del Seminario di Blending – parlare delle caratteristiche dei diversi tabacchi. Tuttavia, non voglio entrare nel dettaglio di ognuno (questo è un altro argomento enorme!) ma vi farò alcuni esempi.

Nel frattempo ricordate che c’è non solo la provenienza a cui pensare, ma anche le sementi – per esempio: un Corojo Dominicano sarà diverso da un Criollo Dominicano, come un Mata Fina brasiliano lo sarà da uno di Sumatra, ecc …

Tuttavia la provenienza del tabacco è estremamente importante! Ogni territorio ha la propria terra ed il proprio clima che sono i principali attori nella caratterizzazione del tabacco.

Quando fumiamo un sigaro, cosa percepiamo? Di base avvertiamo: amaro, acido, salato e dolce. Poi passiamo a scoprire: scompostezza, giovinezza, sensazioni metalliche, sapori legnosi, note di caffè, note di cocco, terra, erba, legno di cedro, pesantezza e la lista continua …

Tutto questo è soggettivo, ovviamente, in base a quanto ognuno di noi separatamente percepisce. Inoltre il nostro palato si concentrerà su aspetti molto diversi di un sigaro per esempio a seconda di cosa abbiamo mangiato nel nostro ultimo pasto e delle bevande ingerite – era un pasto a base di avena con un bicchiere di succo d’arancia fresco?

O era un ricco e speziato piatto indiano con un vino rosso fruttato? Più in generale vi sono molti altri tipi di “situazioni particolari” che si possono trovare e utilizzare – sono ovviamente interessanti e divertenti per un appassionato di sigari e lasciano spazio ad ampie discussioni. Ultimo ma non meno importante c’è lo stato mentale – ciò che può avere un sapore dolce e floreale in un giorno di sole potrebbe lasciare un sapore amaro e salato dopo una giornata particolarmente stressante al lavoro.

Come raccomandazione supplementare ma cruciale: Cercate di capire quanto tempo avete a disposizione prima di scegliere la dimensione del sigaro che si sta per fumare. Sarebbe straziante buttare via sette deliziosi centimetri di un sigaro solo perché si ha fretta di tornare in una riunione!

Nei miei Seminari di Blending faccio fumare da quattro a cinque diversi tabacchi per il ripieno separatamente, uno per uno. Ogni tabacco Puro sarà completamente unidimensionale e di solito non è un vero piacere fumarlo. Tuttavia, alla fine, è molto eccitante, così come fondamentale fumare la miscela risultante di questi tabacchi per vedere come alla fine si sono amalgamati assieme!

Sotto alcuni esempi di provenienza dei tabacchi utilizzati per il ripieno: (come detto sopra, non entro nel dettaglio di ogni semenza, per ora manterrò gli esempi stringati e focalizzati sul territorio).

  • Brasiliani – Dolci, aromatici e sempre facilmente miscelabili con altri da altri paesi.
  • Nicaraguensi – Terrosi, ricchi, speziati e molto aromatici.
  • Dominicani – Tutto dipende dalle sementi! Eppure, per dare una sorta di descrizione, possono essere molto aromatici, terrosi, con una grande combustione e in alcuni casi anche molto dolci. Inoltre si amalgamano con successo con altri di differenti origini.
  • Peruviani – Dolci e aromatici, facilmente miscelabili con altri da altri paesi.

Singolarmente i tabacchi di cui sopra potrebbero non regalare una fumata bella e elegante, ma la giusta percentuale di ciascuno di questi tabacchi all’interno di un ripieno, assieme ad una ben scelta sottofascia e foglia da fascia, potrebbe funzionare! Si potrebbe benissimo arrivare ad un grande sigaro che possiede tutti e sei gli elementi cruciali presenti (li avevamo elencati prima).

Nota: Questo non è un blend che io o altri hanno creato – ho semplicemente scelto questi territori per fare un esempio …

Ma andiamo avanti, ad oggi strutturo i miei seminari di Blending concentrandomi sulla foglia da fascia e sul suo impatto nella miscela finale, nel blend.

Qual è il rapporto fra foglia da fascia e ripieno nell’espressione aromatica di un sigaro? La risposta è: dipende dal diametro, dal Ring Gauge. Più sottile è il sigaro, più influenza avrà la foglia da fascia. Maggiore sarà lo spessore del sigaro, minore l’impatto su di esso.

Non sono mai stato un grande fan dei grossi calibri (ad esempio RG 60), personalmente preferisco un Corona Gorda ben bilanciato (RG 46), un Corona (RG 42) o anche un Lancero (RG 38-40). Eppure le preferenze sono davvero soggettive ed io le rispetto tutte infatti creo blend per tutti i tipi di formati.

Ora ragioniamo in maniera opposta a quanto precedentemente detto, prendiamo uno stesso blend, uno stesso ripieno e fumiamolo con differenti foglie da fascia.

Alcuni esempi di foglie da fascia e delle loro caratteristiche generali: (ancora una volta non considererò le varie sementi ma darò un’idea dell’importanza della loro provenienza).

  • Connecticut Shade – Delicata e a volte amarognola e metallica.
  • Cameroon (una delle mie preferite) – Speziata e dolce.
  • Ecuador – Terrosa e speziata ma dipende dalle sementi.
  • Nicaragua – Terrosa e molto aromatica.

Credo fermamente che questo sia un esercizio molto stimolante da fare. Per un vero amante del sigaro mi spingerei a dire che questo è un esperimento assolutamente da fare! L’importanza della foglia da fascia in un sigaro è spesso fraintesa e faccio del mio meglio per diffondere questa conoscenza il più possibile.

Infine per godere appieno l’esperienza di un buon sigaro dobbiamo tenere presente altri due gruppi di artisti! Escludendo gli agricoltori e le manifatture che li producono (sono altri argomenti enormi), questi due gruppi di artisti sono i Master Blender ed i fumatori. I Master Blender devono assicurarsi di includere le sei caratteristiche cruciali in un sigaro: Sapori, Forza, Aromi, Complessità, Bilanciamento e una buona Persistenza post fumata.

Poi arrivano i fumatori che devono possedere una mentalità aperta e capire veramente a fondo un sigaro prima di emettere un giudizio su di esso.

Così, la prossima volta che prenderete in mano un sigaro di cui siete particolarmente interessati o incuriositi cercate di sapere come ne parlano le riviste di settore, i siti web e rifletteteci sopra. Poi, quando lo fumerete, pur avendo in mente quanto letto sentitevi liberi di creare la vostra opinione in merito e cercate di assaporarlo veramente!

In ogni Seminario di Blending, che sia del primo tipo o del secondo, tendo sempre a farlo come una discussione di gruppo aperta, in cui ognuno (se possibile e a seconda delle dimensioni del gruppo) ha la possibilità di dire qualcosa, di fornire la propria opinione personale . Infatti tutti noi abbiamo differenti tolleranze e differenti capacità gustative quindi, a parte alcuni tratti generali di base dei tabacchi, non c’è mai una risposta giusta o sbagliata.

Tutti noi, me compreso, siamo e sempre saremo coinvolti in un continuo processo di apprendimento e in questi seminari, anche se in modo diverso, probabilmente imparo tanto quanto gli stessi partecipanti!

Ultimo consiglio: Mai giudicare un sigaro dal suo aspetto esteriore!

Alla fine di questo articolo, che tocca a malapena l’argomento tabacco, spero che un po ‘di luce sia stata fatta su questo argomento e spero anche di aver aperto le menti dei fumatori di sigaro.

Quando fumerete un Señorial spero soddisfi la lista delle caratteristiche richieste da un buon blend ma cosa ancora più importante spero di aver soddisfatto la vostre aspettative per un grande sigaro!

Fumate e pensate a ciò che ogni sigaro ha da offrire! E godetevi il viaggio in questo mondo di piacere!

Passaggio di Proprietà Auto Moto Scooter Fai da Te

Volete comprare o vendere un’ auto, una moto, uno scooter, un furgone o un camper usati, e dovete fare il Passaggio di Proprietà? Perché regalare soldi alle agenzie di pratiche auto? Di seguito una guida semplice, chiara ed aggiornata per fare da sé e risparmiare almeno un centinaio di euro.

Occorrente

  • documento d’identità e codice fiscale del venditore e dell’acquirente.
  • L’acquirente extracomunitario deve esibire anche il permesso di soggiorno in corso di validità.
  • libretto di circolazione e C.d.P. (Certificato di Proprietà) del mezzo
  • una marca da bollo da €.14,62 (si trova in qualsiasi tabaccheria)

Iniziamo

L’operazione è molto semplice, e viene svolta in due fasi.

Il venditore compila un atto di vendita con firma autentica, e lo consegna all’acquirente insieme al certificato di proprietà ed al libretto di circolazione.

L’acquirente ha 60 giorni di tempo per recarsi presso gli uffici del PRA e registrare il veicolo a suo nome.

Il venditore

Osserviamo il retro del certificato di proprietà: contiene un modulo prestampato per l’atto di vendita, che andrà compilato con i dati dell’acquirente.

Dovrebbe essere scontato, ma è bene ricordarlo: scrivete esclusivamente con una biro nera o blu, niente pennarelli indelebili anche se sottili, né penne a sfera cancellabili o altro!

Di seguito un esempio di come deve essere compilato il CDP. Attenzione: non datare e non firmare.

image

Fatto ciò, è necessario autenticare la firma del venditore, e questo è il motivo per cui ho raccomandato di non firmare prima.

Il modo più semplice, veloce ed economico, è quello di recarsi in comune (di solito all’ufficio anagrafe) con un documento d’identità valido, il certificato di proprietà compilato, e la marca da bollo da €.14,62.

Vi consiglio di comprarla prima presso un qualsiasi tabaccaio, perché il comune non la vende: è antipatico fare la fila per poi sentirsi dire di andare prima dal tabaccaio per poi ritornare! Portatevi anche una biro nera o blu, meglio se è la stessa con la quale avete compilato il C.d.P. in precedenza.

L’impiegato comunale vi chiederà di esibire un documento, vi farà datare e firmare in sua presenza, e apporrà marca da bollo e timbro.

Probabilmente vi chiederà anche pochi spiccioli per i diritti di segreteria, il mio comune chiede €.0.52.

Potete andare in qualsiasi ufficio comunale, in tutta Italia, dove vi è più comodo; non necessariamente quello di residenza.

Ora potete consegnare all’acquirente il libretto di circolazione e il certificato di

proprietà con l’atto di vendita autenticato sul retro.

L’acquirente

Recatevi presso gli uffici ACI con servizi PRA a voi più vicini (qui un elenco) e portate con voi, oltre all’immancabile documento d’identità, i documenti che vi ha consegnato il venditore (e non dimenticate la penna!).

Attenzione: non va bene un qualsiasi sportello ACI, perché l’ACI è un’agenzia come le altre e chiede commissioni.

Per risparmiare e pagare soltanto le tasse dovute per legge, dovete necessariamente rivolgervi agli uffici ACI con servizi PRA come scritto sopra.

Chiedete i moduli per il passaggio di proprietà, e compilateli mentre aspettate il vostro turno, così risparmiate anche tempo. E’ molto semplice, i dati richiesti sono tutti già presenti sui documenti in vostro possesso.

Se avete dei dubbi, chiedete: l’ufficio informazioni è lì apposta.

Arrivato il vostro turno, vi verrà richiesto il solito documento d’identità, libretto e C.d.P., e i moduli che avete compilato.

L’impiegato tratterrà il vecchio C.d.P. e ne emetterà uno nuovo, a vostro nome, davanti a voi. Stamperà anche un tagliandino adesivo da applicare al libretto di circolazione.

Per legge potete pagare in contanti o con il pago bancomat; non sono ammesse le carte di credito.

Atto di vendita e contestuale registrazione al PRA

Se il venditore e l’acquirente riescono a recarsi insieme presso gli uffici ACI con servizi PRA, è possibile effettuare direttamente lì anche l’autentica di firma sull’atto di vendita, contestualmente ed obbligatoriamente insieme al passaggio di proprietà.

E’ a tutela del venditore, come spiegato più avanti (vedi il paragrafo “Consigli e tutele”), ma può anche venir comodo per effettuare tutto in una sola volta.

La procedura è identica a quella descritta sopra; l’autentica di firma sull’atto di vendita verrà effettuata dall’impiegato del PRA invece che dall’impiegato comunale, e successivamente verrà effettuata la registrazione al PRA.

E’ sempre necessario acquistare prima la marca da bollo da €.14,62, non la dimenticate!

Si può delegare?

Per l’autentica della firma sull’atto di vendita non è ammessa delega, il venditore deve recarsi personalmente e firmare alla presenza dell’impiegato comunale.

L’acquirente invece può delegare un’altra persona per le pratiche di registrazione al P.R.A.; in questo caso la persona delegata deve presentare apposita delega, con allegati una fotocopia del Documento d’Identità e del Codice Fiscale dell’acquirente delegante.

Quanto costa?

Vi sono alcuni costi fissi, più l’I.P.T. (Imposta Provinciale di Trascrizione) che dipende dal mezzo, dalla potenza in Kw (oppure dalla portata, nel caso degli autocarri), e dalla provincia di residenza dell’acquirente; qui trovate i dettagli.

I costi fissi per una moto sono (aggiornato al 2/4/2013):

  • Aggiornamento libretto: €.27,02
  • Emolumenti e bolli: €.56,24
  • IPT: € 0

A meno di accordi diversi, i costi sono interamente a carico dell’acquirente, tranne l’Imposta di bollo per l’atto di vendita.

Fatto!

Congratulazioni: siete da subito ed a tutti gli effetti proprietari del veicolo; nessun’altra operazione o adempimento è necessario.

Il risparmio è sempre significativo: recentemente ho acquistato una moto usata e ho speso circa 83 euro in tutto, a fronte di una spesa non inferiore a 180-200 euro se fatto presso la solita agenzia sotto casa.

Consigli e tutele

Quando consegnate all’acquirente il C.d.P. con l’atto di vendita sul retro e firma autentica, state dichiarando di aver già ricevuto il pagamento. Assicuratevi quindi di aver effettivamente ricevuto i soldi, perché in caso contrario sarà dura averli.

Sia che vi pagano in contanti, sia che vi pagano con assegno circolare, fatevi sempre accompagnare in banca per assicurarvi che siano autentici.

L’assegno bancario non va bene, perché non è garantita la copertura, e l’emissione di assegni a vuoto è stata depenalizzata.

Finché l’acquirente non registra il passaggio di proprietà al P.R.A. (ha 60 giorni di tempo per farlo), il venditore risulta ancora proprietario. Quando avverrà la registrazione, l’acquirente sarà ufficialmente il nuovo proprietario, retroattivamente, dalla data dell’atto di vendita (data di autentica della firma sul retro del C.d.P.).

Cosa succede se l’acquirente non registra il passaggio di proprietà entro 60 giorni?

Se sono trascorsi più di 60 giorni dall’autentica della firma sull’atto di vendita, l’acquirente rischia, in caso di controllo su strada, pesanti sanzioni ed il ritiro della carta di circolazione.

Tuttavia, come scritto sopra, il venditore risulta ancora proprietario, con tutto ciò che ne consegue da un punto di vista legale e amministrativo (multe, bolli, responsabilità in caso d’incidente, ecc.).

In tal caso il venditore può chiedere al P.R.A. la registrazione a propria tutela. Per maggiori informazioni vedi qui.

Per evitare ciò, si possono seguire due strade.

  • venditore e acquirente si recano insieme al P.R.A.; in tal caso viene autenticata la firma sull’atto di vendita contestualmente ed obbligatoriamente al passaggio di proprietà, a tutela del venditore
  • il venditore consegna il mezzo solo successivamente alla presa visione del passaggio di proprietà

In quest’ultimo caso, però, l’acquirente potrebbe, se ha già saldato, pretendere comunque la consegna del mezzo, visto che ha 60 giorni di tempo per registrare la sua proprietà al P.R.A.

Meglio quindi avere una fotocopia dell’atto di vendita, e anche una scrittura privata (eventualmente da registrare in futuro) contenente i dati completi di venditore e acquirente, i dati completi del mezzo, termini e modalità di pagamento e importo.

Passaggio di proprietà a distanza

Può capitare che venditore e acquirente siano distanti, e sia scomodo incontrarsi di persona.

In questo caso si può procedere in questo modo:

  • il venditore andrà al Comune a lui più vicino e/o comodo e autenticherà la firma sull’atto di vendita, sul retro del C.d.P.
  • il venditore spedirà per posta Libretto e C.d.P. all’acquirente, meglio per Raccomandata A/R o con altro tipo di spedizione tracciata, per evitare che la spedizione vada smarrita
  • l’acquirente, ricevuta la spedizione, andrà al PRA a lui più vicino e/o comodo, entro 60 giorni dalla data dell’autentica di firma, e registrerà la sua proprietà

Articolo originale di Diego Pastore.

Trovi l’articolo anche qui: http://www.comerisparmio.net/passaggio-di-proprieta-auto-moto-scooter-fai-da-te/

Di seguito un link con tutte le possibili casistiche riportate dall’ACI

Adobe Creative Suite 2 Download Gratis

Da qualche giorno è disponibile sul sito ufficiale di Adobe, il download gratis di molti programmi appartenenti alla Creative Suite 2. Tra questi ricordiamo:

Creative Suite 2, Acrobat 3D 1.0 for Windows, Acrobat Standard 7.0, Acrobat Pro 8.0, Audition 3.0, GoLive CS2, Illustrator CS2, InCopy CS2, InDesign CS2, Photoshop CS2, Photoshop Elements 4.0/5.0, Adobe Premiere Pro 2.0.

Disponibili per Windows e per Mac. Tutti i pacchetti sono scaricabili dall’area download di Adobe.

Al fianco di ogni software c’è anche il numero seriale che vi ricordo di segnarvi da parte, quando installerete il software vi verrà chiesto di inserirlo.

Natale in casa Cupiello a Castano Primo

nataleincasacupielloCastano Primo – 15/12/2012 Il Presepe di Luca Cupiello ritorna alla ribalta in questo Natale 2012 con la compagnia teatrale Kicece’  presentata al Paccagnini nel fitto programma del teatro. Il lavoro in tre atti di Eduardo De Filippo, regia di Claudio Pellegrino, è pietra miliare nella storia del teatro popolare napoletano. La commedia ha sfumature comiche, grottesche, farsesche e analizzando la tematica dell’incomunicabilità e dei contrasti familiari presenta un dramma fortemente realistico. Si tratta di uno dei cavalli di battaglia della compagnia messa in scena ripetutamente negli anni nel corso di varie edizioni.

Grande successo di pubblico e soddisfazione a fine commedia della direzione artistica di Anna Prada e dell’assessore Maurizio Del Curto.

La classe energetica degli elettrodomestici

EU_energy_label

Riporto volentieri un buon post apparso sul blog di LG, famosa casa costruttrice di elettrodomestici.

Si guarda l’estetica. Si guarda che abbia le caratteristiche tecniche a noi necessarie. Ma sempre di più, oggi giorno, si guardano i consumi. L’acquisto di un elettrodomestico oggi conta di queste tre necessarie tappe, l’ultima delle quali (quella legata ai consumi energetici) assume ormai sempre più importanza. Perché comprando un elettrodomestico di una buona classe è possibile risparmiare, e non poco.

Ma come muoversi nel mare magnum degli elettrodomestici? Come essere certi di prendere la decisione giusta? A correre in soccorso degli acquirenti ci pensano le etichette energetiche, profondamente rinnovate e adeguate agli standard europei secondo una legge datata dicembre 2011. Va detto, per dovere di cronaca, che l’obbligo delle etichette per alcuni tipi di elettrodomestici era in vigore dal 1995, ma solo lo scorso anno è stata imposta questa nuova etichetta che soddisfa i requisiti richiesti da Bruxelles e che ha lo stesso aspetto in tutta la Comunità Europea: un’etichetta unica e comunitaria, a sostituzione di quelle vecchie tarate su classi ormai considerate obsolete.

L’obbligo dell’etichetta energetica è applicato su frigoriferi, congelatori, televisori, lavastoviglie e lavatrici: deve essere fornita in modo gratuito e esposta su tutti gli apparecchi, in modo tale da essere sempre visibile dal cliente. Leggere le etichette energetiche non è sempre semplice per chi non bazzica un po’ nell’ambiente, ma alcune linee guida vi permetteranno di capirne di più.

In primo luogo le classi energetiche sono indicate con delle lettere, dalla A alla G e con dei colori (dal verde al rosso) a seconda della efficienza energetica: tanto più l’apparecchio sarà indicato con il verde scuro, allor maggiore sarà il risparmio, tanto più ci avviciniamo al rosso, minore sarà l’efficienza energetica. Da dicembre dello scorso anno le classi contano di tre nuovi step, rappresentati da A+, A++ e A+++, dove il maggior numero di più indica la classe più virtuosa. Sono ancora pochi gli elettrodomestici che vantano questa super-classe che si preannuncia essere del 50% più efficiente rispetto a quella di classe A. L’assegnazione della classe di appartenenza di basa sui valori percentuali dell’Indice di Efficienza Energetica: tanto più questi parametri sono alti tanto più l’elettrodomestico si rivela efficiente.

Gli apparecchi televisivi sono gli unici che al momento non hanno adottato l’utilizzo delle tre nuove classi e per loro la classe più alta è ancora rappresentata dalla A. I televisori di classe A+ dovrebbero fare capolino nel mercato nel 2014, quelli di classe A++ nel 2017 per arrivare poi alla classe A+++ intorno al 2020.

Ogni elettrodomestico, inoltre, deve riportare sulle proprie etichette alcune informazioni necessarie, oltre alla classe energetica. Per tutti vale il nome o marchio del fornitore e il modello dell’apparecchio, poi esistono alcuni elementi che vanno indicati che dipendono dal tipo di elettrodomestico che intendete acquistare.

Per i televisori, per esempio, è obbligatorio indicare il consumo di energia dell’apparecchio acceso espresso in Watt e il valore annuo del consumo energetico espresso in kWh/anno. A questo si aggiunge la diagonale dello schermo visibile, il cui valore deve essere riportato sia in pollici che in centimetri.

L’etichetta di frigoriferi e congelatori deve indicare, insieme alla classe energetica, anche alcune caratteristiche, come la presenza del no frost, la temperatura minima degli scompartimenti, il volume dell’apparecchio, le emissioni sonore e il consumo di energia annuo. E ancora è obbligatorio specificare la somma del volume utile di tutti gli scomparti che funzionano a una temperatura maggiore di -6 gradi e quella di tutti gli scomparti destinati a congelare (che hanno temperature uguali o inferiori a -6°C).

Per quanto concerne le lavatrici, l’etichetta deve riportate i consumi annui ponderati in kWh/anno e in litri/anno, la capacità per il programma standard di cotone a 60°C o a 40°C (espressa in chili), la classe di efficienza della centrifuga e le emissioni di rumore durante centrifuga e lavaggio a pieno carico.

Aspetti simili (consumo annuo, classe di efficienza di asciugatura e emissioni di rumore aereo) rappresentano gli elementi che vanno indicati, infine, sulle etichette della lavastoviglie. Le lavastoviglie sono gli unici apparecchi che hanno messo in vigore le nuove etichette sin da subito, dal dicembre 2011. Per tutti gli altri elettrodomestici l’obbligo imperativo era di applicarle entro un anno, ovvero entro il dicembre 2012. In ogni modo moltissimi televisori, frigoriferi, lavatrici e congelatori hanno già messo in pratica questa nuova disciplina che offre una maggiore trasparenza in termini di consumi energetici.

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